lunedì 29 marzo 2010

Memorie da un' odissea trionfale, parte prima

Ci sono giornate che definire lunghe è dir poco.
Sabato è stata una di quelle, una interminabile ma vincente epopea, ricca di contenuti, di azione, sì, perché no, di avventura, di colpi di scena, ricca anche di risa e di gioia (e non dite mug per favore). Di complicità, vorrei anche dire.
Celebre appuntamento “già mangiati” alle 13.30 al palazzetto. Un caldo risoluto, massiccio ci accoglie fra le irregolarità di un arido parcheggio semivuoto. Qualche automobile da cui scendono bambini probabilmente impegnati in una qualche manifestazione ravviva il meriggio ormai ben primaverile. Finalmente.
Arrivo con Ciaba quando ancora la squadra non è giunta a destinazione. Pochissimi i presenti, ricordo distintamente il glabro cranio di Pier darci le spalle mentre voltiamo per parcheggiare la macchina, lo sguardo al pullman già presente e pronto all’azione. C’è il DS Re. Si prepara più o meno stancamente, ma con una diffusa sensazione di fiducia, il necessario per partire, ultimi ritocchi alla borsa medica, scelta e trasporto delle confezioni di bottiglie d’acqua, si sistemano computer, telecamera, stampante e quanto altro nel bagagliaio. Opto immediatamente per le maniche corte. Il sole ha deciso di far sentire la sua impavida presenza.
Ecco Tonino, forse direttamente con Flavio, forse no, loro mi scuseranno. Una rapida presa di posizione in prima fila, qualche parola sui progetti estivi della società. Arrivano intanto pian piano tutti gli altri, c’è anche l’ex-sofferente Ermando Ricci, la sera prima vittima di un gran mal di testa fortunatamente rientrato. Si prendono allora i posti, chiedendosi cosa fosse cambiato dalle volte precedenti, Kempes non si capacita del come e del perché debba retrocedere così tanto, pur decisissimo a mantenere la sua funzione di passaggio a livello; lo sostituisce nelle file avanzate – esattamente dietro a Maris e me – l’allampanato Zag machine, che si propone dunque come un secondo elemento divisorio dell’interno del veicolo. Mister Ciab è costretto in macchina (quella ovviamente di Baldasseroni) con l’ormai autista fisso Mauro.
Bene, è così che si parte: si tornerà all’incirca 17 ore dopo. Beh, 16, a dir la verità.
Radio Baldas ha una programmazione stranamente meno fitta del solito. Maris motiva questa anomalia con ragioni informatiche. Tutto sommato, siamo tranquilli.

Chissà quante sono le squadre che scelgono il proprio itinerario adottando come primo criterio la scaramanzia. Sarebbe un interessante studio da fare, ma in quel momento per me la nostra è l’unica. L’unica squadra che sceglie una strada più lenta, più scomoda, più pericolosa, più tortuosa, più insidiosa, antipatica, più tutto, perché quando la si è fatta nelle occasioni precedenti si è vinto. Ahimé!!! E questo sarà l’unico lato negativo del trionfo di quella sera. E sono sempre più sicuro che passeremmo per Colfiorito anche per una eventuale trasferta nel leccese. O magari perché no? A Cupra Marittima.
All’autista del nostro pullman vengono ben presto affibbiati i più svariati nomignoli, da Colin McRae a Schumacher. Credo dunque non sia necessario descrivere il suo stile di guida: la realtà è che ci ritroviamo di continuo ad ondeggiare impotenti, di qua, di là, sballottati come sorprese all’interno di un uovo (è anche il periodo giusto). Il tutto mi ricorda un po’ la “bufera infernal” del secondo cerchio, quella che mai non resta, quella che “mena li spirti con la sua rapina: voltando e percotendo li molesta” – direi immagini quanto mai appropriate (se l’autista legge, si scherza! Prenda queste mie parole in maniera divertente e simpaticamente ironica). E ancora: “…così quel fiato li spiriti mali di qua, di là, di su, di giù li mena”. E aggiungerei: “nulla speranza li conforta mai, non che di posa, ma di minor pena”! Che calza veramente a pennello, se non fosse che forse la speranza di minor pena, anzi di posa, per noi coincide con il pensiero della fine del viaggio. Se ci sarà, perché effettivamente vista la situazione potremmo uscire da quel pullman direttamente fra le lanose gote di Caronte, o l’orribile cinghiarsi con la coda di Minòs. Questo ovviamente prima di essere spartiti qua e là per l’allegro imbuto, e anzi chiederei a Mauri Faraone di ripetermi il girone nel quale mi ha messo perché non lo ricordo. Sì, perché, fra le incombenti montagne dell’Umbria, l’inferno dantesco viene lungamente citato per definire l’ambiente inospitale, obnubilato, dimenticato nel quale ci troviamo a passare. Con Baldas a nominare lo Stige per la grande cultura germinata nel giocare a Dante’s Inferno.
In ogni caso, sostiamo credo poco dopo Colfiorito (lì perdo la nozione dello spazio), e ci sorprende, feroce e impetuosa, una pioggia che subito diviene grandinata, per poi tornare a trasformarsi e a spegnere piano il suo vigoroso sfogo, quasi un prolungato urlo non so se più di rabbia o semplicemente d’impulso emotivo, come quando si vuole gridare un proprio stato interiore che non si riesce a tener dentro.
Si riprende il viaggio, il peggio sembra passato. Ma, proprio all’ultima curva…

Nessun commento:

Posta un commento