venerdì 20 novembre 2009

RUTILANTI: seconda parte

La mattina ci si sveglia sereni. Apro la porta e mi trovo la premiatissima coppia che sta dialogando sull’uscio della camera. Un po’ come in un romanzo giallo o sua trasposizione cinematografica in cui si perpetra qualche delitto fra i corridoi di un albergo. E loro sono due dei sospetti. Chissà cosa confabulano. Flavio, comunque, sta per scendere, Tonino rimane in camera, forse deve terminare di recitare il rosario. Flavio racconta gli sproloqui del suo compagno di stanza nel sonno, "ora pro nobis" e quanto altro, e i suoi "Allelujah" mattutini, non procedo oltre negli aneddoti e lascio stare i falsi nomi e tutto il resto.
Scendo anche io, già a tavola la famiglia Bianconi, che ho dimenticato sinora di citare ma che ci ha calorosamente accolto la sera prima all’arrivo dopo l’Odissea, Mr.450 "Luciano Moggi" Faraone, Baldasseroni, Ermando. Gli altri arrivano dopo, pian piano. La colazione è ricca, ci sono cornetti, dolci, pani di vario tipo, burro, marmellate, miele, succhi di frutta, cappuccini, caffè, e anche salato all’inglese (prosciutti, formaggi e vari alimenti di cui non credo nessuno usufruisca). Gli ultimi a scendere sono Mancio, Kempes e Zag Machine, che anzi si fa portare la colazione da Serafini in camera.
Intanto il resto della truppa prepara l’escursione in quel di Pisa: obiettivi, la presa di visione del campo in cui si giocherà, e una gita turistica a Piazza dei Miracoli, patrimonio dell’umanità.
Decidono di partire: Regolone "Mago Oronzo" Re, Ciabattoni, Werner, Lupin III, Kempes (che causa il ritardo della comitiva attardandosi a fumare in maniche corte nel freddo dell’autunnale mattino toscano), Serafini, Ricci, Faraone 450, e la premiatissima, da sola nel pulmino a ghirigori policromi. Prima, però, una scomoda, ma in fondo attesa e prevedibile, notizia: dobbiamo sgombrare praticamente subito le camere. Per molti nessun problema, chissà invece cosa ne penserà Zag Machine, che sicuramente intendeva rimanere a letto sino all’ora di pranzo.
Comunque, presto fatto, almeno per quanto riguarda la comitiva turistica. Si carica tutto nei due autoveicoli, e si parte. Un po’ laboriosamente, e forse un po’ tardi, ma si parte.


Ci attende quasi subito una estesa campagna umida e pianeggiante. La percorriamo fendendola nella sua lenta vastità. La percorriamo: e appare tutta intrisa di un senso di tranquillità malinconica, di diffusa, pacata solitudine. Di tanto in tanto, qualche ciconiiforme purtroppo non meglio identificato plana lieve sull’erbe umide; e il suo volo, e la sua stessa presenza, ci dicono che siamo entrati in un’altra dimensione, in un ambiente che non è il nostro e che è bello esplorare. E forse ritorna quella sensazione di passato, di incontaminazione avuta la sera prima nel bosco.
Ripassiamo nuovamente di fronte alla chiesa notata alla fine del viaggio del sabato. Questa volta però sappiamo bene dove siamo e dove stiamo andando.
L’improvviso colpo d’occhio del grande Arno ci coglie nella sua regalità quasi immobile. E’bello costeggiarlo, fiancheggiare il suo lento fluire per poi sparire dietro una qualche curva. Ma ormai ci siamo davvero, eccola, Pisa, prima nella periferia, poi, sempre più verso il centro, verso la storia, l’arte. Eccola, improvvisa: la torre ci fa capolino da una serie di arcate che ci lasciamo troppo presto alle spalle. Forse però è anche meglio così: una ghiotta, fuggente, anticipazione che aumenta il desiderio di immergerci nella contemplazione delle bellezze della città. Prima, però, via Napoli (Napoli? O sbaglio?). Destinazione, centro sportivo universitario. Niente male, ci accoglie una grande struttura ampia ed erbosa con svariati campi, punti-ristoro, e quanto altro. Entriamo piano in palestra, e ci troviamo di fronte uno strano spettacolo. Un luogo enorme e probabilmente molto dispersivo, larghissimo, c’entreranno 3 o 4 campi da pallavolo lì dentro; a fronte di questa esagerata dimensione, un’altezza davvero insufficiente, soprattutto per la presenza di travi e cavi per le tende divisorie posti qualche metro sotto il soffitto vero e proprio. Non sarà facile ambientarsi, ci aspetta un match veramente duro in tutti i sensi. E’ in corso intanto il riscaldamento di una partita under 16 maschile.
Ma a questo punto è inutile soffermarci qui: si ritorna sui pulmini, e via per Piazza dei Miracoli. Si parcheggia nei pressi di un benzinaio, due passi, l’attesa cresce, ed eccoci finalmente. Imbocchiamo la piazza dal lato della Torre: mentre ci avviciniamo, dunque, essa accoglie, forse conta, i nostri passi, chiamandoci a sé benevola come probabilmente fa da secoli e secoli con milioni di turisti. Ma mi piace pensare che in quel momento noi siamo visitatori speciali.
Varchiamo infine il cancello che delimita la piazza. Tiro fuori immediatamente la macchina fotografica e giro subito un video: è un istante che va assolutamente immortalato. Kempes saluta col suo solito abnorme sorriso che gli esalta la solida mascella; Luiss chiede fotografie sotto la torre; pardon, Lupin III; Ermando lamenta l’insensibilità di chi ha deciso di rimanere in albergo anziché godere di tanta bellezza (la parola d’ordine è: "canalizzare"...).
E’ lì, la Torre, è vera, è viva: dunque, non esiste solo in cartolina o in foto, si direbbe invece quasi fatta di carne e ossa, si direbbe dotata di secolari occhi che chissà quante ne avranno viste; si direbbe dotata d’un’anima, d’un pensiero proprio, d’una saggezza antica e perseverante. E d’altra parte dev’esserlo, perseverante, se resiste in quella posizione da così tanti anni senza mai crollare.
Lo spettacolo è veramente notevole, ci accolgono in rapidissima successione anche il Duomo e, più avanti, il Battistero del Pisano, il tutto circondato dal celebre prato, a dir la verità ormai un po’ deteriorato, come adusto, e meno verde del solito.
Ci si scatena con le foto: Ermando troneggia statuario campeggiando sull’azzurro del cielo e sulla maestà inclinata della Torre; poi, come nel più classico dei cliché, butta le mani avanti a sorreggere le sue 14mila tonnellate. Anche Lupin lo fa, ma con la testa: il risultato è decisamente rimarchevole. Io mi autofotografo come posso; e c’è spazio anche per le istantanee di squadra, alcuni di noi rischiano un crampo per pendere verso sinistra, ma va bene così.
Intanto, si comincia a fare tardi: è l’ora della messa, e Tonino si tira dietro in Duomo Flavio e anche Ermando. Gli altri si disperdono tutti in un soffio: chi va a comprare souvenir, chi gira attorno alla Piazza, chi finisce disseminato chissà dove. Decido di andare in solitaria ad ammirare da vicino il battistero del Pisano (e lì incontro Mr.Ciab), poi visito lo splendido interno della chiesa; una volta uscito, ritrovo finalmente alcuni dei compagni, Kempes è vicino ad uno dei cavalli delle carrozze della Piazza, nessuna migliore occasione per fotografarlo in compagnia della simpatica, mansueta bestiola. Ci si riunisce, in parte, e, questa volta in gruppo, si torna all’interno del Duomo; nel tragitto, incontriamo la famiglia Bianconi, anch’essa in visita turistica.


Ma è tempo di andare: nel frattempo, sono arrivati Giacio, Uba-Uba, il fisio appena giunto in Toscana, e forse qualcun altro che non ho occasione di vedere.
Noi dobbiamo tornare in albergo: l’appuntamento per il pranzo si avvicina e non possiamo tardare. Abbandoniamo dunque con un po’ di rammarico la splendida Piazza dove abbiamo trascorso una mattinata così serena; e lasciamo lì, con gli ultimi arrivati, anche la premiatissima (ancora a messa) ed Ermando: arriveranno a tavola in ritardo dopo essersi perduti nelle campagne dell’alta Toscana.












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