sabato 24 ottobre 2009

Il caos e i sospiri

Ok, all'articolo ufficiale ci pensiamo domani.. adesso però proviamoci, proviamo a buttar giù qualche commento a caldo.
Sì, a caldo, nonostante ormai siano passate già un 3 orette dal termine della partita.
"Come ti è sembrata", mi diceva El Ciab tornando a casa, forse l'unica cosa che avrei dovuto veramente rispondere è "Confusa". Caos, è l'unica cosa che affiora davvero alla mente, ma più che alla mente, ai sensi, a quella sorta di istinto, di percezione, di impressione generale che si ha di un'esperienza appena vissuta. E il Caos di solito è primordiale, e il Caos può diventare (e non parlatemi di entropia per favore, sto parlando "alla greca") ordine, può strutturarsi in un qualche tipo di universo, coi suoi dei, senza, come volete, basta che lo faccia: Caos è nulla informe che in potenza è Tutto. Speriamo lo diventi.
Ma il Caos forse è mio personale, e lo si vede, lo si legge da queste poche righe. Quel che ricordo è una partita strana, stranissima, che parte e sembra una passeggiatina in riva a un lago, termina come la scalata di un vulcano in eruzione, fortunatamente terminata senza danni e con il raggiungimento della meta. Ma sì, sì che abbiamo rischiato di cadere, eccome.
Ricordo i nostri avversari iniziare come una prima divisione e finire boh, come fenomeni di non so che livello, basta guardare le differenze di percentuale in rice (il più clamoroso esempio Persico, il numero 6) e il rendimento offensivo del numero 11, Masuzzo? Masuzzo. Mirko.
Ricordo persino una scoutizzazione oltremodo complicata, penso la peggiore e la più difficile fatta sinora, il programma che prima si chiude (per errore mio) ma con salvataggio automatico, poi chissà per quale motivo non aggiorna in automatico e in tempo reale la distribuzione avversaria, poi ancora il quadro di inserimento dati che scompare e mi costringe a chiudere e ricaricare facendomi perdere tutto l'inizio del terzo set (beh; 5 punti soli in realtà per fortuna).
Ricordo una enorme sofferenza, ricordo tutti noi in bilico su un abisso, ricordo la sensazione di vederci sfuggire il primo punto della stagione, e chissà, due, eventualmente, ricordo quei palloni avversari che andavano a terra, andavano a terra, ogni volta a rimuovere, a scheggiare come con uno scalpello, appuntito, costante, insistente, un pezzetto di speranza, una speranza che però non voleva saperne di frangersi del tutto, di sbriciolarsi, di sparire, eccola, la speranza che ci ha tenuto in piedi, che ci ha sorretto nel momento più critico, infortunati, acciaccati, situazione difficile, difficilissima, la (troppa) sicurezza che ti crollava ogni punto di più sotto i piedi, come una trappola, come sabbie mobili, e noi che rimanevamo invischiati, e noi che franavamo insieme al terreno delle nostre convinzioni, e noi che non abbiamo mollato, e Mancio che passava con mezzo pallone di spazio in parallela ad annullare i set-point avversari, e il pensiero che già correva al futuro, a questo campionato che tutti vogliamo vincere, e chissà se lo vinceremo, e chissà quanto sarà difficile vincerlo, e chissà Pisa, Masini, e chissà questo, quell'altro, chissà.
Uff.
E' l'aria che buttiamo fuori dopo questo lungo, complessissimo periodo, questa frase che è un po' come la partita di oggi, e l'aria che buttiamo via è la stessa dell'immenso sospiro a cui ci abbandoniamo dopo l'ultimo pallone che cade, dopo la fine di questa Odissea che ci vede comunque uscire dai mari tempestosi che abbiamo solcato sani e salvi, che ci vede toccare terra, che ci vede toccare, sempre, comunque, la nostra meta.

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