lunedì 26 aprile 2010

Incontenibile felicità

S.Benedetto, ce l‘hai fatta.
Hai lottato, hai sofferto. Hai dovuto patire mille tribolazioni durante una stagione fra le più lunghe e difficili che si ricordino. Ma hai stretto i denti, passando sopra ad infortuni, critiche, difficoltà. E hai vinto. Hai trionfato, volando in alto, in alto, sempre più, fino a toccare una meta voluta con tutte le forze, e straordinariamente meritata.

Un grande successo, quello dell’Affittitalia Samb. Un successo di un campionato costruito nei minimi dettagli sin dall’estate, un successo che arriva dopo una stagione esaltante, e che viene firmato da un’altrettanto esaltante, difficilissima, emozionantissima vittoria sul campo di una delle formazioni più valide del campionato: Firenze.
Curioso percorso, quello della partita di sabato. Ma, se un adeguato epilogo doveva essere scritto per questa splendida stagione, quell’epilogo è proprio quello vissuto in terra toscana.
Un’Affittitalia che entra in campo determinata come non mai. Affronta i primi due set in maniera praticamente perfetta. Ogni pallone è un capolavoro. E Firenze impazzisce sotto i colpi degli attaccanti rossoblù, ubriacata dallo spumeggiante gioco sambenedettese, inibita dall’invalicabile muro ospite, sempre piazzato, sempre aggressivo, impenetrabile. Tutto gira meravigliosamente, ed è così che i primi due parziali terminano con punteggi tanto eloquenti da sconfinare nel silenzio.
E questo silenzio, è il pubblico fiorentino a colmarlo. Con la squadra sotto 2-0, Firenze grida e invoca il proprio nome, partorendo un’atmosfera da pelle d’oca. Una di quelle che non si dimenticano. E la squadra risponde, e si trasforma, la Mail Express invece, spiazzata, cala decisamente, forse neanche scende in campo. E il risultato è del tutto speculare a quello visto fino a pochi istanti prima.
Poi, il capolavoro di quello straordinario scrittore che ha creato la favola di questa partita. Anzi, a ben vedere, la favola di tutta la stagione. Firenze, l’antagonista, un’antagonista forte e volitiva più che mai, sempre più sospinta dalla sua gente, continua a martellare, a difendere tutti i palloni, a provarci sempre e in ogni modo. S.Benedetto è a un sospiro dalla meta. E forse lo sente, reagisce rispetto alla frazione precedente ma ancora non basta, non basta perché dall’altra parte di quella rete che ora più che mai, in momenti del genere, riconosci come una specie d’inseparabile amica d’infanzia, c’è una degna, esemplare avversaria. Sì, è tutto chiaro: è proprio questa l’avversaria che, nel duello finale, dovrà essere sconfitta per afferrare definitivamente il sogno di un anno intero.
E allora inizia una lenta, inesorabile lotta. Firenze sempre avanti, S.Benedetto non cede, non molla. Aggancia. Aggancia sul 22-22. Salgono i battiti dell’intero palazzetto. Anche dei tifosi rimasti nelle Marche, che seguono l’incontro dagli aggiornamenti via internet, o al telefono. La prima occasione per chiudere i set è per i padroni di casa, Di Benedetto la spreca; nuovo cambio palla, ancora Firenze, ancora nulla di fatto; Mannetti sbaglia l’attacco, è il primo match ball: ma Zagaria manda out il servizio; Cotroneo contrattacca per un nuovo sorpasso, Mancini lo ferma. Secondo match point. Marchi serve Meoni al centro, Faraone salta, e sono le sue mani, le uniche possibili, quelle di un sambenedettese, di una bandiera della squadra e della società sin dagli esordi, a mettere la firma su un sogno collettivo, a far esplodere la gioia, il delirio, l’apoteosi. Tifosi e dirigenti sparano in aria coriandoli, e un turbinio di colori, i colori della vittoria, piovono su un’incontenibile, meritatissima, felicità.





domenica 18 aprile 2010

Lo spazio d'un sogno

E anche questa è fatta.
E non era facile, per niente. Non era facile, ma anche stavolta, l'undicesima consecutiva, siamo stati più forti, e siamo andati a prenderci ciò che meritavamo, e meritiamo.
Eccolo lì, il traguardo. Quanto dista? Poco, pochissimo. Lo spazio d'un sogno, direbbe forse Shakespeare.
Ma anche un così breve spazio va percorso - senza scomodare i paradossi di Zenone... direi che in questo caso sono eccessivi. Va percorso senza cadere, va percorso con la fierezza di chi sa che sino a quel momento ha corso più forte degli altri, ma senza voltarsi indietro, senza pensare di essere  già arrivati, senza rallentare, ma anzi se possibile accelerando ancor di più per poterlo finalmente tagliare, questo filo di lana che tanto abbiamo voluto.
La parola fine potrebbe essere scritta da qualche parte, a Firenze, nella città di Dante e di tanta, tanta arte e bellezza splendidamente italica. Andiamola a cercare: meglio, andiamola a scrivere, a scrivere con le nostre mani.

venerdì 16 aprile 2010

Affittitalia - Grosseto: riflessioni della vigilia

Vigilia di una partita che potrebbe essere veramente decisiva.
Peccato, avevo scritto diverse cose martedì, poi non l'ho pubblicate.
E' che questo è un periodo molto controverso, per diversi motivi. Contraddittorio, in un certo senso.  Anche scrivere non è facile, non è facile perché i fili logici sono molti e non sai se è il caso di seguirli tutti. E va a finire che non ne segui nessuno, anche se, detta così, la questione sembra completamente diversa da quella che è. Ma d'altra parte, ormai lo sapete, l'essere è, il non essere non è, lo dice il nostro nuovo acquisto no?
C'è una palese dicotomia d' atteggiamento, e di convinzioni, che circola nell'ambiente, soprattutto all'interno ma forse anche fuori. Una dicotomia inconciliabile, un dualismo manicheo in cui secondo me l'unico punto di raccordo è un certo concetto, pur diversamente estrinsecantesi, di "fatal quiete". Su cui concordo, anche io. Convinto, d'altra parte, che la verità, riguardo alla contrapposizione di cui sopra, stia, per dirla banalmente, nel mezzo.
Sulla partita di sabato scorso pochi commenti, secondo me è stata brutta, né più né meno. Non abbiamo giocato bene (come squadra), e neanche loro. Comunque, contava il risultato, e il risultato è arrivato eccome. Ora, di risultati ne mancano due (se non uno solo): e domani ci vorrà certamente una prestazione ben superiore a quella di una settimana fa per imporsi su una squadra che viene sì da tre sconfitte consecutive, ma che resta comunque assolutamente una delle più valide del campionato.
La sconfitta dell'andata è da riscattare. L'andata, in un palazzetto gelido, inospitale, in cui per passare dagli spalti al campo dovevi (dovevO) prima uscire, fare tutto il giro (come a Prato) e poi rientrare, e quella fu la giornata più fredda dell'anno...
Spero solo nel pubblico, in un pubblico finalmente numeroso e sopratutto rumoroso. Rumoroso nel giusto, rumoroso nel senso di caloroso e pronto a sostenere la squadra dal primo all'ultimo punto con entusiasmo, clamore, col piacere di assistere a un momento che comunque è e rimane storico per la pallavolo sambenedettese.
Se avete delle lattine vuote, riempitele di sassolini e portatele al Palaspeca per usarle come maracas.

venerdì 9 aprile 2010

L'ultimo chilometro


Dopo la sosta pasquale, il campionato rientra vibrante nel vivo.

E’ lo sprint finale, l’ultimo chilometro, è il tratto del percorso forse più duro, quello in cui vedi il traguardo ma devi ancora correre, correre, correre per raggiungerlo prima degli altri, e ora la corsa è più faticosa che mai, e non devi mollare, non devi mollare perché sai quanto hai sudato per arrivare sin lì, e questo traguardo sai quanto lo hai desiderato, sai quanto, più che mai, lo desideri, adesso.



Eccola, la situazione dell’Affittitalia Samb. Che il traguardo lo desidera, eccome: e lo vede. Ma che per raggiungerlo deve ancora sudare, giocare, vincere.
I numeri: cinque le giornate mancanti alla fine della regular season, sette i punti di vantaggio per i rossoblù sulle dirette inseguitrici, Grosseto e Jesi. Che, guarda caso, si sfidano proprio sabato, in Maremma, in uno scontro che potrebbe forse sentenziare definitivamente quale delle due formazioni potrà puntare ancora alla rincorsa al primo posto (l’unico valido per la promozione diretta: seconda e terza si qualificano invece per i playoff).
Vero è che S.Benedetto, più che voltarsi indietro, deve invece guardare la strada che ha davanti a sé. E sabato (fischio d’inizio ore 18) l’ostacolo si chiama Castelferretti. Una squadra in piena lotta per la salvezza, in un ottimo momento di forma - basti ricordare l’ultimo successo ottenuto appena prima della sosta, quello su una delle seconde della classe, Grosseto – e che sicuramente si presenterà al Palaspeca con fortissime motivazioni e in favorevoli condizioni psicologiche. Dal canto suo, l’Affittitalia giunge da nove vittorie consecutive, ha ottenuto nelle ultime due giornate un importantissimo allungo sulle altre contendenti, e, conti alla mano, ha bisogno di tre vittorie piene per ottenere matematicamente l’obiettivo della promozione diretta: ma l’obiettivo, si sa, lo si centra sempre e solo procedendo passo per passo, senza perdersi nei capziosi meandri d’impazienti, inutili calcoli.

Ora più che mai, invitiamo gli appassionati sambenedettesi – e non solo – ad affollare le gradinate del Palaspeca e a riempire l’impianto rivierasco della loro voce, del loro calore. Per poter compiere, insieme alla squadra, quel primo, arduo, fondamentale passo verso un traguardo da tutti sognato.

martedì 6 aprile 2010

Memorie da un' odissea trionfale, parte terza

Eppur si muove, ecco cosa inconsapevolmente ( o no? ) pensiamo (penso) quando finalmente si percepisce l’automezzo sul quale stiamo viaggiando sussultare per poi abbandonare stentatamente la propria posizione di quiete. Tradotto, quasi non ci si crede: ma s’è ripartiti.

Da qui in poi sarò breve, probabilmente il più è fatto. Il viaggio, pur nella sua fretta dovuta all’interruzione di un’ora procede abbastanza tranquillo da quel momento; non tutti sembrano gradire la musica diffusa dalla radio comune, molti dormono o si chiudono come ricci nei loro auricolari. Fino a quando non c’è Inter – Roma con tutte le annesse azioni e reazioni di Baldasseroni.

Si giunge a Prato comunque in ottimo orario, il problema è trovare la palestra, nel frattempo si inganna l’attesa contando tutti gli esercizi di matrice asiatica che si incontrano lungo il tragitto. Finché, quasi non accorgendosene, ecco il Palakeynes ergersi nel manto della notte appena scesa dal suo calesse argenteo e silenzioso. (Grande endecasillabo fra l’altro: ci devo metter su una poesia.. “dal suo calesse argenteo e silenzioso…”)
Atleti da una parte, pubblico dall’altra, e ahimé mi (si dice, opinabilmente, che “a me mi” non si dica: what about “ahimé mi”?) coglie l’amara sorpresa di Grosseto, non si può passare dagli spalti al campo se non uscendo fuori e facendo il celeberrimo “giro di Peppe” (e non sono le navette né i circuiti del professor Giorgini!). Per fortuna che il clima non è quello che trovammo in maremma, allorché la giornata che ci aveva accolto era stata la più fredda dell’anno.
L’impatto con la palestra è comunque sgradevole: il posto a me personalmente non piace affatto. Non so agli altri. Cambio idea quando (con il giro di Peppe) mi ritrovo dall’altra parte della baracca, è proprio vero che le cose van viste sempre da un altro punto di vista, e di nuovo mi torna in mente (adesso: ah, l’importanza di rielaborare le proprie esperienze, le proprie sensazioni!!! Fermarsi a scrivere arricchisce ogni volta ciò che hai vissuto, ti fa scoprire cose che non sai di aver percepito!!!) il professor Keating e il suo salire sul banco.
Sul palcoscenico la vista è tutt’altra, c’è atmosfera, c’è pathos anche visuale. Sì, le cose cambiano radicalmente. Rapido il riscaldamento con Ciancio mentre i ragazzi vanno a rete, sale la tensione di una partita a mio avviso praticamente decisiva, e molto, molto difficile.
L’allegra brigata giunta da S.Benedetto per veder vincere (possibilmente) i propri ragazzi si sistema sulle gradinate toscane, sognando una serata di gloria. Sotto, giocatori, coach, e DS, ad attendere la sfida, e… non so, c’è qualcosa di speciale nell’aria, c’è forse la fiera, prode consapevolezza di essere su una maestosa nave a sfidare le ultime intemperie oceaniche in vista di una terra meravigliosa… e che tutti siamo lì per poterla finalmente toccare, questa terra, e per unire le nostre forze, ognuno con un suo compito, ognuno con il suo valore, per poterci arrivare, insieme. C’è una rara sensazione di unione, unione di tutti, dentro e fuori dal campo.

Non mi soffermerò sulla partita. Posso solo ricordare l’impressione iniziale, di un grosso valico da sormontare, impervio e scosceso (mi piacerebbe conoscere la sensazione di ognuno di voi sul 12-17 a loro favore…); impressione che piano piano si vanifica, come una nebbia che si dirada e… e ti permette di scorgere, ancora lontana, ci mancherebbe, ancora lontana, proprio la terra di cui sopra…
Strepitosi i tifosi di Prato, dal primo all’ultimo secondo, nonostante uno 0-3, a gridare, a cantare, a tambureggiare, a sostenere i propri ragazzi in ogni momento della partita. Fra l’altro in modo estremamente corretto, per quel che ho sentito, nei nostri confronti. Ma non c’è nulla da fare, abbiamo preso il via, e nulla può fermarci, legittimiamo la nostra superiorità, e ci troviamo alla fine ad esultare in un tripudio di consapevolezza, e di speranza. Baldasseroni, dopo aver messo a terra l’ultima palla, esulta dicendo “Toni, rrette”.

Ma mica è finita, c’è spazio ancora per le sorprese e per i folleggi. Ci attende una splendida cena al Don Chisciotte; bel posto, padrone cordiale, che ci chiede subito se abbiamo vinto, perché se abbiam vinto consumiamo di più; e più in allegria, concediamoglielo (fantastica la pizza pomodoro bufala salame e pepe verde); e ci attende una ancor più splendida sorpresa, preannunciata, e poi annunciata, da Bianconi padre.


Il resto della notte è scritto in un boccale di birra.

mercoledì 31 marzo 2010

Memorie da un' odissea trionfale, parte seconda

Ma, proprio all’ultima curva che precede l’uscita dall’infernale tratto montuoso del cuore dell’Umbria, succede qualcosa che ho difficoltà a riprodurre in queste righe.
Ci sono cose di cui si parla tanto da risultare distorte nella nostra percezione originale. Si sa, cioè, tutto ciò che si è detto, come lo si è detto, e questo ammontare verbale sconfina nell’immagine reale del nostro ricordo, celandola parzialmente, sovrapponendosi, mescolandosi ad essa sino a risultarne indistinguibile. Risultato, io non so bene cosa ho visto. Perché ho sentito dire tante, troppe cose.
Io sabato nel pullman ero a destra: per cui non posso aver veduto distintamente tutto; però mi sembra di ricordare sì, la curva, una macchina che l’imbocca dall’altra parte, il nostro veicolo che si allarga e assume una traiettoria innaturale, forse un minimo tonfo, e infine lo stop, nostro, e dell’automobile coinvolta. Dopodiché, un torrente in piena di parole, commenti, insulti, ricostruzioni, sicurezze, accuse.
Sono circa le 16.10, siamo in netto anticipo (ovvio, vista la guida): illuso chi pensa (io) di ripartire subito o quasi. Rimarremo fermi per non meno d’un’ora.
Non andrò nel dettaglio di questa vicenda. Forse con delusione di qualcuno, forse con sollievo. Posso solo sfidarvi a una sorta di collage, in cui ognuno scrive un suo particolare, un ricordo, un dettaglio: alla fine otterremmo un interessante insieme di punti di vista. Ma so che questo non accadrà.

Dopo Parmenide, mi si chiede un riferimento al filosofo Arthur Schopenhauer. Beh, mi viene allora in mente la sua critica all’ottimismo, in particolare al panglossismo di matrice leibniziana secondo cui noi vivremmo nel migliore dei mondi possibili. Ebbene, nel migliore dei mondi possibili, citando approssimativamente Maris (oh, accanto a Schopenhauer eh? Pensa che onore), all’ultima curva, l’unica che il nostro autista, in vari modi rinominato, non taglia, ci sarebbero venuti addosso dei soggetti come quelli da noi incontrati? E ci avrebbero tenuto fermi un’ora in quel modo? Hmm, forse il buon Arthur aveva ragione, questo NON E’ il migliore dei mondi possibili. Certo che Leibniz potrebbe obiettare, in fondo la sosta ci ha permesso di arrivare giusto in tempo in palestra, senza inutili dispendi di energie nervose e crisi da “e adesso che facciamo un’ora e mezzo qui”, ci ha reso più complici, ha unito la squadra nella sventura, e, aggiungo, nell’individuazione e nello sfogo nei confronti di un capro espiatorio, da sempre un tema estremamente presente, da sempre, ahimé, umano. (E non nominate Nietzsche). Ehi! Ha anche reso il nostro autista più prudente?!? Eh no, caro Leibniz, qui pretendi veramente troppo.

Sarebbe interessante eseguire un ritratto delle varie tipologie di reazioni e di movimenti messi in atto da ognuno durante il lungo accaduto. Ma sarebbe anche troppo lungo, qui. C’è chi cerca in tutti i modi di ricostruire i fatti, chi non smette di fare avanti e indietro nel pullman, chi commenta in tutte le maniere possibili i soggettoni coinvolti, dall’abbigliamento ai modi di fare e di muoversi alla genialità nel piazzare in modo oltremisura sapiente il triangolo, chi (Baldas) continua come se nulla fosse a parlare di pallavolo – soprattutto anni ’90 – chi sale e scende decine di volte, chi fa fotografie, chi vede la vicenda dal punto di vista medico rifiutandosi di soccorrere eventualmente un individuo che con le stampelle ha la grande idea di salire su un muretto pericolante in curva e in discesa (si fa per dire eh?), chi (strepitoso) fa scherzi telefonici (è supergigi) dicendo che il vecchierel Ermando è caduto dal suo posto a sedere durante la collisione e Ciancio ha un sopracciglio orribilmente sanguinante (ma povera Mariella, su!!! E lei che ci crede pure); si va dall’iperattivismo a un’indifferenza e a una noia di stampo novecentesco, è un po’ come Moravia quando dice che in fondo la noia è come una coperta corta, che è proprio quella che non ti consente di addormentarti sul serio.
Fingiamo di ripartire per almeno due volte; la prima occasione è frantumata dal fortunatissimo arrivo di una volante della guardia di finanza (ma si dice?), l’altra non si capisce, fatto sta che dopo oltre un’ora è il superdirigentissimo Flavio, il capo dei Mondiali 2010, a doversi immolare, offrendosi di rimanere a chiarire la questione con tutti i crismi del caso; lo sostituisce sul nostro pullman Massimo Ciabattoni, che nel frattempo ha attivato per tutto il tempo le sue lenti a contatto speciali sulle quali scorrono tutte le immagini del volley Prato fase per fase. Sembra che queste lenti sappiano anche tracciare sulla retina, con massima precisione, le traiettorie d’attacco anche divise per tipo di palla e per zona di provenienza dell’alzata, più ovviamente molti altri filtri imprecisati.

lunedì 29 marzo 2010

Memorie da un' odissea trionfale, parte prima

Ci sono giornate che definire lunghe è dir poco.
Sabato è stata una di quelle, una interminabile ma vincente epopea, ricca di contenuti, di azione, sì, perché no, di avventura, di colpi di scena, ricca anche di risa e di gioia (e non dite mug per favore). Di complicità, vorrei anche dire.
Celebre appuntamento “già mangiati” alle 13.30 al palazzetto. Un caldo risoluto, massiccio ci accoglie fra le irregolarità di un arido parcheggio semivuoto. Qualche automobile da cui scendono bambini probabilmente impegnati in una qualche manifestazione ravviva il meriggio ormai ben primaverile. Finalmente.
Arrivo con Ciaba quando ancora la squadra non è giunta a destinazione. Pochissimi i presenti, ricordo distintamente il glabro cranio di Pier darci le spalle mentre voltiamo per parcheggiare la macchina, lo sguardo al pullman già presente e pronto all’azione. C’è il DS Re. Si prepara più o meno stancamente, ma con una diffusa sensazione di fiducia, il necessario per partire, ultimi ritocchi alla borsa medica, scelta e trasporto delle confezioni di bottiglie d’acqua, si sistemano computer, telecamera, stampante e quanto altro nel bagagliaio. Opto immediatamente per le maniche corte. Il sole ha deciso di far sentire la sua impavida presenza.
Ecco Tonino, forse direttamente con Flavio, forse no, loro mi scuseranno. Una rapida presa di posizione in prima fila, qualche parola sui progetti estivi della società. Arrivano intanto pian piano tutti gli altri, c’è anche l’ex-sofferente Ermando Ricci, la sera prima vittima di un gran mal di testa fortunatamente rientrato. Si prendono allora i posti, chiedendosi cosa fosse cambiato dalle volte precedenti, Kempes non si capacita del come e del perché debba retrocedere così tanto, pur decisissimo a mantenere la sua funzione di passaggio a livello; lo sostituisce nelle file avanzate – esattamente dietro a Maris e me – l’allampanato Zag machine, che si propone dunque come un secondo elemento divisorio dell’interno del veicolo. Mister Ciab è costretto in macchina (quella ovviamente di Baldasseroni) con l’ormai autista fisso Mauro.
Bene, è così che si parte: si tornerà all’incirca 17 ore dopo. Beh, 16, a dir la verità.
Radio Baldas ha una programmazione stranamente meno fitta del solito. Maris motiva questa anomalia con ragioni informatiche. Tutto sommato, siamo tranquilli.

Chissà quante sono le squadre che scelgono il proprio itinerario adottando come primo criterio la scaramanzia. Sarebbe un interessante studio da fare, ma in quel momento per me la nostra è l’unica. L’unica squadra che sceglie una strada più lenta, più scomoda, più pericolosa, più tortuosa, più insidiosa, antipatica, più tutto, perché quando la si è fatta nelle occasioni precedenti si è vinto. Ahimé!!! E questo sarà l’unico lato negativo del trionfo di quella sera. E sono sempre più sicuro che passeremmo per Colfiorito anche per una eventuale trasferta nel leccese. O magari perché no? A Cupra Marittima.
All’autista del nostro pullman vengono ben presto affibbiati i più svariati nomignoli, da Colin McRae a Schumacher. Credo dunque non sia necessario descrivere il suo stile di guida: la realtà è che ci ritroviamo di continuo ad ondeggiare impotenti, di qua, di là, sballottati come sorprese all’interno di un uovo (è anche il periodo giusto). Il tutto mi ricorda un po’ la “bufera infernal” del secondo cerchio, quella che mai non resta, quella che “mena li spirti con la sua rapina: voltando e percotendo li molesta” – direi immagini quanto mai appropriate (se l’autista legge, si scherza! Prenda queste mie parole in maniera divertente e simpaticamente ironica). E ancora: “…così quel fiato li spiriti mali di qua, di là, di su, di giù li mena”. E aggiungerei: “nulla speranza li conforta mai, non che di posa, ma di minor pena”! Che calza veramente a pennello, se non fosse che forse la speranza di minor pena, anzi di posa, per noi coincide con il pensiero della fine del viaggio. Se ci sarà, perché effettivamente vista la situazione potremmo uscire da quel pullman direttamente fra le lanose gote di Caronte, o l’orribile cinghiarsi con la coda di Minòs. Questo ovviamente prima di essere spartiti qua e là per l’allegro imbuto, e anzi chiederei a Mauri Faraone di ripetermi il girone nel quale mi ha messo perché non lo ricordo. Sì, perché, fra le incombenti montagne dell’Umbria, l’inferno dantesco viene lungamente citato per definire l’ambiente inospitale, obnubilato, dimenticato nel quale ci troviamo a passare. Con Baldas a nominare lo Stige per la grande cultura germinata nel giocare a Dante’s Inferno.
In ogni caso, sostiamo credo poco dopo Colfiorito (lì perdo la nozione dello spazio), e ci sorprende, feroce e impetuosa, una pioggia che subito diviene grandinata, per poi tornare a trasformarsi e a spegnere piano il suo vigoroso sfogo, quasi un prolungato urlo non so se più di rabbia o semplicemente d’impulso emotivo, come quando si vuole gridare un proprio stato interiore che non si riesce a tener dentro.
Si riprende il viaggio, il peggio sembra passato. Ma, proprio all’ultima curva…